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Si ritiene che a dare il nome al paese
sia stato un tempio dedicato al Dio
Mercurio (detto il Cillenio perché nato
sul monte Cillene), sorgente sul colle
di S. Marco, da cui il nome Cellino. Il
suo territorio ampio 44 Km quadrati
conserva diverse testimonianze di
antichi
insediamenti umani a partire dall’età
del bronzo. Resti di vicus di epoca
romana sono stati rinvenuti in varie
località così come è documentata la
presenza di fattorie rustiche sparse,
sempre di epoca romana. In età medievale
diviene sede di fondazioni religiose e
nel XII secolo sono documentati
sul suo territorio ben sette castelli:
Cillinam, Balbianum, Montem e Montulam
rispettivamente Monteverde e Colle della
Morte, poi ancora Scorranum ed
Aquilanam. Gli stessi castelli censiti
in età normanna si riscontrano poi nel
Diploma di Carlo I d’Angiò del 1273.
Sebbene coperti dalla vegetazione,
ed ancor più dall’oblio, sono ancora
visibili i resti di quei castelli, oggi
non più abitati. In seguito fu feudo
fortificato degli Acquaviva, una
delle famiglie più importanti di tutta
l’Italia meridionale, che lo tennero
quasi ininterrottamente dal tardo
trecento fino alla scomparsa nel XVIII
secolo. Di un luogo così strutturato,
gli eventi caratterizzati non possono
che essere stati di carattere bellico.
Nel 1462 subì l’assedio di Matteo
di Capua di fede Angioina venuto a
combattere il feudatario locale Giosia
Acquaviva legato alla dinastia
Aragonese. In quell’assedio, durayo tre
mesi, Giosia Acquaviva perse la vita
insieme ai tantissimi suoi sudditi
stroncati dalla fatica e dalla peste. Il
figlio di lui Giuliantonio,
fondatore di Giulianova, riportò allo
splendore il ducato. Morì da eroe nella
battaglia di Otranto contro i mori nel
1481. il suo valore in battaglia
valse al casato la possibilità di
fregiarsi del nome d’Aragona. Andrea
Matteo figlio di Giuliantonio fu più
uomo di lettere che d’armi, dopo alcune
disavventure politiche protesse gli
artisti e i letterati anche facendo
costruire una stamperia nel suo palazzo.
Nel 1485 – 86, Cellino sostenne e
respinse l’attacco di Ascanio Colonna
legittimato dal Re Ferdinando di Napoli
a prendere possesso del Ducato poiché lo
stesso Andrea Matteo aveva
preso parte alla congiura dei Baroni
contro il Re di Napoli. A giudicare
dalla strenua dedizione ed il grande
coraggio con il quale i Cellinesi hanno
sempre difeso il loro castello, almeno
per quanto la storia ci tramanda e ci
lascia conoscere, ci deve essere sempre
stato un forte legame,
immaginiamo noi, di fiducia reciproca
tra gli Acquaviva e gli abitanti di
questa parte del loro ducato. Altra data
importante per Cellino è stata
quella del 18 Dicembre 1798 che ha
segnato l’ingresso nel paese dell’armata
repubblicana francese. Dopo gli ultimi
episodi segnalati, nulla di
storicamente rimarchevole è accaduto nel
nostro paese che ha poi seguito le sorti
del di lì a poco costituendo Regno
d’Italia.
L’AMBIENTE Dolci declivi accarezzati da
tranquilli corsi d’acqua e maestose
colline modulano l’andamento del
territorio. L’Insediamento sparso in
case isolate o a piccoli nuclei, eredità
della conduzione mezzadrie delle aziende
agricole, interessa oltre il 70% della
popolazione residente. Vaste
aree di terreno, un tempo coltivate,
principalmente in zona Valviano e
Monteverde, ora, in seguito al loro
abbandono vanno gradatamente e
faticosamente riassumendo un aspetto
boschivo molto interessante oltre che al
punto di vista estetico anche per la
loro naturale azione di difesa del
territorio. I due principali corsi
d’acqua, il Vomano e il Piomba, hanno
caratteristiche differenti. Il primo,
regimentato a monte per la produzione
di energia elettrica, è il più
importante fiume della provincia. Per
buona parte del suo corso che attraversa
il nostro territorio risulta al momento
fortemente compromesso nell’assetto
idrogeologico, fenomeno causato sia
dalle continue escavazioni di materiali
inerti e sia dal suo regime
controllato che alterna secche e piene
improvvise. Diversa è la situazione del
Piomba che ha un carattere
prevalentemente torrentizio; le sue
sorgenti e la prima parte del suo corso
presentano aspetti molto interessanti
sotto profili flogistici e faunistici
locali. Questa particolarità ha
destato l’interesse da parte di alcune
associazioni circa la possibilità di
creare un’area di rispetto ambientale.
Attraverso opporti corridoi
naturalistici, in parte già esistenti,
sarebbe opportuno metterla a sistema con
altre zone ugualmente interessanti poste
sul versante del Vomano.
Altro aspetto non trascurabile, dalla
forte valenza ambientale, è la presenza
piuttosto diffusa di sorgenti di varia
natura. In massima parte sono di
acqua dolce (potenziale e preziosa
riserva idrica), alcune di esse sono
anche dotate di antichi e significativi
fontanili posti sulle vecchie vie
d’accesso al paese. Non mancano sorgenti
di acqua sulfurea e di acqua salata,
queste ultime, in tempi difficili,
servite anche per
l’approvvigionamento di sale.
Godibilissimo è il panorama che spazia
tra mare e monti in un colpo d’occhio.
Vario è il suo contenuto legato
prevalentemente alle stagioni, ai lavori
nei campi, alle condizioni climatiche ed
al punto di osservazione dei tanti che
ve ne sono sull’intero
territorio comunale, tutti comunque
carichi di fascino ed espressività. La
parte orientale del suo territorio,
quella al confine con il comune di
Atri, è ricca di caratteristici pendii
argillosi chiamati Calanchi, anch’essi,
per il loro particolare ecosistema
contribuiscono a caratterizzare
un’area globalmente eterogenea capace
davvero di offrire una moltepicià di
immagini in un fazzoletto di terra.
TRADIZIONE E CULTURA ENOGASTRONOMICA La
cucina cellinese trae origine dalla
civiltà contadina ed è una cucina ricca
di sapori e forte di aromi.
Dominano le pietanze a base di “massa”,
impasto di uova e farina o anche acqua e
farina, nella versione povera, preparata
in casa da mani sapienti. I
piatti tipici locali sono solitamente
legati ad eventi tradizionali o a feste
religiose, erano queste infatti, le
occasioni annuali in cui c’era
abbondanza e varietà di cibo. Ancora
oggi gli anziani ricordano le feste del
passato oltre che per il loro valore
religioso anche per le gustose e
abbondanti mangiate. Tra i primi piatti,
molto diffusi sono: il Timballo, una
pasta al forno realizzata con sfoglie di
crespelle e ripiena di vari
ingredienti tra cui carne, uova, latte e
formaggio; le Tagliatelle o “mpaiatelle”
preparate con uova e farina, condite con
sugo di pollo o di papera,
in passato consumate in occasione della
trebbiatura del grano. Con gli stessi
sughi si condiscono gnocchi e maccheroni
alla Chitarra, questi ultimi
realizzati con l’apposito strumento
detto “chitarra” tipico in tutto
l’Abruzzo. Da non dimenticare le
“Scrippelle mbusse”, realizzate a mò di
crepe
con uova, acqua e farina, avvolte e
farcite con formaggio grattugiato,
meglio se pecorino, e bagnate nel brodo
di carne. Il piatto tipico di
Carnevale sono i Ravioli ripieni di
ricotta e conditi con sugo di carne e
cacio pecorino. Anche la Polenta compare
sul desco cellinese, versata su
ampia tavola e cosparsa con sugo di
carne di maiale. Simile nella
preparazione ma decisamente più locale e
la “Farchiata”, misto di farina di
granturco e di legumi gustata con
peperoni secchi fritti. Altro cavallo di
battaglia è la Pizza cotta sotto al
coppo mangiata con il cavolo verza e
le sarde fritte. Durante la trebbiatura,
momento essenziale del lavoro contadino
di un tempo che riuniva più famiglie,
non mancava lo spezzato di
oche o di pollo cotto al forno, con
aglio rosmarino, alloro, e buccia di
limone, o in umido. Piatti tradizionali
legati alla festività Natalizia
(vigilia) sono: il cavolfiore, prima
lessato e poi fritto, le sardine, il
baccalà fritto e lo stoccafisso in
umido. Menzione particolare va fatta
chiaramente per il maiale, le cui carni
opportunamente lavorate costituivano, e
in parte lo sono ancora oggi, la
dispensa alimentare annuale di una
realtà tradizionalmente agricola. Con
esse si preparano: salsicce di carne, di
fegato e anche di “cotenna”; la
Ventricina, insaccato di carne grassa
e magra con rosmarino secco ma
principalmente salami, lonze e
prosciutti stagionati per 6 o 7 mesi. Un
modo di gustare la carne ovina,
certamente
legato ad un’ancestrale tradizione
pastorale dei nostri luoghi, che oggi
accompagna frequentemente le occasioni
conviviali in famiglia o tra amici
sono gli Arrosticini, piccoli spiedini
di carne di pecora facili da preparare e
dal gusto deciso. Vengono cotti alla
brace su un’apposita fornacella,
accompagnati con pane e olio e del buon
vino rosso. Il successo che questo
alimento ha ottenuto negli ultimi tempi
ha fatto si che si sviluppasse
anche una discreta attività
imprenditoriale intorno a questo
prodotto. Dell’agnello, come per il
maiale, una volta macellato nulla viene
disperso. Le
stesse interiora sono utilizzate per
preparare le cosiddette “Mazzarelle”
deliziosi involtini molto ricercati. La
cucina casalinga poi, spazia su un
ampia gamma di prodotti. Non è raro,
infatti, trovare sulle mense il Tacchino
alla canzanese, involto di carne in
gelatina, come anche formaggi è
ancora diffusa l’abitudine di preparati
in casa nelle piccole aziende agricole.
Possiamo trovare quindi il formaggio
vaccino quello misto ed il
pecorino, poi ancora la ricotta, la
giuncata e la quagliata. La produzione
di dolci a livello familiare è tuttora
legata alle feste tradizionali del
calendario. Nella ricorrenza del
Sant’Antonio troviamo “Li Cillitte”, il
cui nome deriva dalla forma tipica dei
dolcetti; per S. Biagio i “Taralli”,
dolci e salati; a Pasqua la “Pizza di
Pasqua” (un panettone casalingo) e “Li
Castille” , biscotti dalle varie forme
con uova sode come guarnizione; a
Natale ci sono le Sfogliatelle, sfoglie
sottilissime di pasta ripiene di
marmellata d’uva, i “Caggionetti”, dolci
fritti ripieni di impasto
costituito da ceci, cioccolata,
cannella, limone, rum e noce moscata (al
posto dei ceci oggi troviamo spesso
anche marmellate di uva, prugne o
castagne) e con lo stesso ripieno e
pasta frolla, i “Bocconotti”. Ogni
azienda agricola ha il suo vigneto e la
produzione di vino che ne consegue, in
mancanza di un consorzio o di forme
associate tra produttori, è assai varia
e diversificata. I vitigni più
rappresentanti sono il Montepulciano ed
il
Trebbiano ma mancano il Moscato, lo
Chardonnay e la Passerina, vitigno
autoctono adatto ad ottenere vini di
lunga maturazione. Particolarmente
interessante è il “Monsonico”, un vino
derivante dall’omonimo vitigno tipico
delle zone di Bisenti, Cermignano e
parti del Comune di Cellino
Attanasio. Nell’invasione del 1798-99, i
francesi trovano il prodotto così
fresco, armonico e profumato da
chiamarlo “le petit champagne” e
richiederne forniture per i vari
distaccamenti in Abruzzo. Dopo la prima
guerra mondiale, l’esplorazione diretta,
specialmente in Germania e
Inghilterra, superò i 20.000 quintali e
si mantenne su tale volume fino alla
fine degli anni 30. in seguito, la
rarefazione della mano d’opera a
causa della guerra e malattie come
fillossera, portarono a una fortissima
contrazione delle superfici di vigneto,
cosicché non rimasero che pochi
resti destinati al consumo familiare.
Oggi, la Comunità Montana è impegnata
nel recupero di questo vitigno,
particolarmente indicato per la
spumantizzazione. |